Louise Glück e la ricerca della grazia

La poetessa Louise Glück, nata a New York nel 1943 e adesso Premio Nobel per la Letteratura 2020, appare alla ricerca di una forma di grazia. Autrice di un corpus poetico già rilevante, la Glück è iniziato ad essere conosciuta nel nostro Paese per la sua raccolta The Wild Iris, cioè L’iris selvatico (Azzate, Giano, 2003). In queste poesie la scena è rappresentata da un giardino dove si muovono una donna, suo marito e suo figlio, ora coltivando la terra, ora osservando, ora parlando tra di loro, ora tacendo. La struttura della silloge ha tratti liturgici, includendo Lodi e Vespri. La poetessa prega e Dio le risponde, pur essendo lontano, unreachable father, padre irraggiungibile. Così, dunque, la Glück al Vespro:

La tua voce ora è sparita; quasi non ti sento.

La tua voce stellare ora tutta ombra

e la terra di nuovo oscura

per i tuoi grandi mutamenti di cuore.

E di giorno l’erba che imbruna a chiazze

sotto le ombre larghe degli aceri.

Ora, dappertutto mi parla il silenzio

così è chiaro che non ho accesso a te; non esisto per te, hai tirato

una riga sul mio nome.

Dio guarda il mondo come il giardiniere guarda il frutto del suo lavoro, in questo caso non del tutto riuscito. Il tono di fondo è il canto di un mondo caduto. È Dio che parla:

Quando vi ho fatti, vi amavo. / Ora vi compatisco.

C’è chi ha definito L’iris selvatico come la cronaca di una sconfitta annunciata, il canto della bellezza di un’armonia perduta, un paradiso perduto. Il suo canto semplice e colloquiale, ma sempre acuto e spezzato alla maniera della poesia di Emily Dickinson, sembra essere un rancoroso appello a una grazia necessaria ma invisibile.

I need you, ho bisogno di te, protesta la Glück al Vespro. Non c’è la pura e semplice registrazione di un’assenza, ma il sentimento di un essere umano primordiale, nuovo Adamo, che, sentendosi solo, desidera ardentemente un Altro. E il linguaggio si fa persino ardente: Forgive me if I say I love you, scrive in un Mattutino: perdonami se dico che ti amo. Dio è dear friend, / dear trembling partner, cioè caro amico, caro compagno tremante, ma anche Love of my life, amore della mia vita.

L’assenza di Dio diventa desiderio geloso di una sua presenza reale, di un «a tu per tu» intenso e stabile, che vinca l’extended absence. A tratti, sub contraria specie certo, viene in mente il Cantico dei Cantici o, ancor di più, la notte oscura dell’anima, espressa in toni che proseguono la vivace linea della riflessione teologico-poetica statunitense. Forse la vita dell’uomo, desiderosa della grazia, è come quella del bucaneve che in prima persona si racconta dopo l’inverno, esultando per una grazia inaspettata:

Non mi aspettavo di sopravvivere,

con la terra che mi schiacciava. Non mi aspettavo

di svegliarmi, di sentire

nella terra umida il mio corpo

capace di rispondere di nuovo,

ricordando

dopo tanto tempo come riaprirsi

nella luce fredda

della primavera agli albori:

impaurito, sì, ma di nuovo fra voi

gridando sì, rischiare la gioia

nel vento aspro del nuovo mondo

(Snowdrops).

Director of La Civiltà Cattolica @CivCatt, Consultor at Pontifical @VaticanCultura, Board of Directors @Georgetown University. Jesuit.

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