Giornalisti: liberi perché responsabili

Il mio intervento alla Tavola rotonda organizzata da L’Osservatore Romano, Radio Vaticana — Vatican News sulle responsabilità dei giornalisti

In questo tavolo sono un direttore anomalo, perché non dirigo un quotidiano ma un quindicinale, non un settimanale e neanche un mensile. Una cosa un po’ strana, ma questo è dovuto un po’ alla sua antichità. C’è un rapporto tra la cronaca e la storia molto complesso, perché le due dimensioni si intrecciano: pubblicare una rivista ogni quindici giorni significa essere abbastanza distanti dalla cronaca ma nello stesso tempo essere distanti anche rispetto a un mensile che riesce ad elaborare con maggiore distanza i fatti.

Detto questo, torniamo alla responsabilità. Grazie per questo invito, perché mi ha aiutato a ricordarmi che sono responsabile di qualcosa e questo è già significativo. Perché poi uno nel lavoro quotidiano lavora e basta, non sta a considerare troppo le responsabilità.

Però ricordo chiaramente un evento, un episodio che mi ha reso consapevole: mi fu posta una domanda che aveva come risposta solo un sì o un no. Nel 2015, ricordate tutti Aylan, il bambino che fu trovato annegato, sulla spiaggia, davanti a un porto turistico della Turchia.

Mi chiamò il Corriere della Sera dicendo: “Stiamo scrivendo un articolo e vogliamo avere due risposte, due opinioni differenti sulla pubblicazione della foto di quel bambino morto”. La domanda era precisa: “Lei come direttore avrebbe pubblicato quella foto?”. La mia risposta è stata no.Poi hanno pubblicato anche un altro intervento che invece era per il sì. Ho parlato con altri colleghi, ci siamo confrontati su questo tema, chiaramente la versione di chi era per il “sì” era la seguente: serviva un’immagine di impatto che avesse una ripercussione forte sulla coscienza di chi guardava.

La mia opinione era: sì, però in questo modo tu stai usando la morte di un bambino per uno scopo, il più nobile possibile, ma lo stai usando, e questa non si può usare in nessun modo e per nessun motivo. Quindi, questa fu la mia risposta. Anche perché, ed è purtroppo quello che è avvenuto, io credo che nel momento in cui tu pubblichi la foto di un bambino morto come quella di Aylan, che tutti ricordiamo, la stai sdoganando, cioè diventa una cosa possibile, accettabile, cioè se la fai vedere vuol dire che è possibile.

Allora il tuo diritto di cronaca mette in gioco la tua responsabilità e stai sdoganando il fatto che sia possibile mostrare un bambino morto in quel modo. A questo punto, diciamo, il livello di eccitazione che mi provoca quell’immagine è già sdoganato e quindi la prossima volta avrò bisogno di far vedere un bambino martoriato, un bambino sgozzato.

Di recente, per esempio, mi sono arrivate da fonti dirette delle immagini riguardanti la questione dei curdi. Sono ancora sul mio cellulare, non so se distruggerle. Ma non è possibile pubblicarle, anche se quelle immagini sarebbero di un impatto pazzesco, scuoterebbero le coscienze. Ma io non posso usare quelle immagini.

Allora, il mio senso di responsabilità diventa una domanda, cioè: “Che cosa costruisco quando io pubblico un articolo? Quale società ho in mente nel momento in cui io pubblico una cosa?”. Questa è la mia vera domanda. L’unica vera domanda che mi faccio quando pubblico qualcosa.

Quando io dico “pubblico” voi pensate che stia parlando della rivista cartacea “La Civiltà Cattolica”… No, non sto pensando a questo. Nel senso che per me la mia rivista non è le 103 pagine che escono ogni quindici giorni ma è tutto quello che sotto il nome di “Civiltà Cattolica” noi facciamo cioè: twitter, facebook, instagram, sito e tutto il resto. Per me, quindi, pubblicare significa rendere pubblico su tutte le piattaforme che portano il nome della “Civiltà Cattolica”. Anzi, nel momento in cui io pubblico sulla mia rivista cartacea quell’articolo è “chiuso”, nel momento in cui io prendo lo stesso articolo e in forma integrale o in forma di abstract lo socializzo, quell’articolo perde la fine, cioè ha una testa, ha un corpo ma non ha più i piedi, perché i piedi sono i commenti e le interazioni e quindi la conversazione che l’articolo genera.

Allora, mi chiedo, sono io responsabile di quella conversazione? Che conversazione innesco? Allora capite che la questione è molto più complessa rispetto alla vecchia e importantissima questione della responsabilità di chi scrive e di chi pubblica. A questo punto tu ti rendi conto che non stai solo pubblicando come se il giornale fosse una radio, cioè tu l’accendi, quella parla e tu ascolti. No, stai innescando una conversazione e quindi stai costruendo un tessuto sociale in realtà. Questo è molto interessante, perché, se ricordate, il Papa nel 2016 lo disse nella sua udienza all’Ordine dei giornalisti: il compito del giornalismo è quello di favorire una costruzione di una vera cittadinanza.

E questo è il punto. Compito del giornalismo è favorire la costruzione di una vera cittadinanza, operare con professionalità ed avere a cuore uno degli architravi della struttura di una società democratica. Il problema della disinformazione, delle fake news non è solo un problema di distorsione della comprensione della realtà e dei fatti ma è un problema della distorsione delle nostre relazioni, anche perché bisogna considerare che il problema vecchio, importante e sempre nuovo, cioè il problema della credibilità, sta assumendo una nuova forma, perché se la notizia si diffonde, se le notizie che si comunicano entrano nel mondo delle relazioni allora qui non è solo un problema di credibilità ma è anche un problema di affidabilità. La differenza qual è? La credibilità è un concetto centrato su un oggetto, cioè la notizia. L’affidabilità è strutturalmente centrata sulle persone e sulle relazioni.

Ci sono persone che oggi credono a qualunque cosa dicano certi personaggi. Oppure, per esempio, essendo appunto su molti social, mi rendo conto anche delle dinamiche di come anche i contenuti della mia rivista girano, mi rendo conto che sostanzialmente si creano delle bolle. Gli americani le chiamano filter bubble cioè delle bolle filtrate, per cui alla fine i contenuti vengono condivisi solo all’interno di certi circoli, non vengono fuori. Condivido con i miei amici. Perfino la logica dell’algoritmo ti crea una situazione per cui tu vedi sui social solo i post di coloro che ti sono amici e che la pensano come te. Quindi alla fine ognuno parla ai suoi simili, non parla più al diverso e questo è una grande sfida, un’enorme sfida del giornalismo, un giornalismo che non riesce più a parlare alla società nella sua diversità, che a questo punto va tutelata, è questo il vero problema.

Stiamo perdendo la diversità: ognuno parla a se stesso alla fine oppure agli specchi di sé. Questo è un problema gigantesco, la responsabilità del tutelare la diversità.

Concludo ricordando il discorso fondamentale che il presidente Mattarella fece nell’ultimo discorso di fine anno quando parlò della Repubblica come del nostro destino comune. Sentirsi comunità, disse, significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri. Significa pensarsi dentro un futuro comune da costruire insieme. In questo senso il giornalista è protagonista del futuro del nostro paese. E all’interno di questa riflessione bisogna, credo, nella nostra Italia, cominciare a parlare anche non solo di diritti civili — questo lo ha detto molto bene Marco in un suo editoriale sull’Espresso — ma anche di doveri civili. La parola “dovere” è impopolare e invece di “dovere” nella nostra comunità di cittadini, nella nostra democrazia, bisogna parlare.

Volevo sottolineare infine — a proposito della foto di Aylan, cioè Alan Kurdi, che c’è un aspetto della coscienza che è dato dal tempo. Nella foto pubblicata dal Papa relativa a Hiroshima o in quelle dello sterminio degli ebrei compiuto dai nazisti, c’è una dimensione temporale che modifica l’approccio. Quindi la coscienza non è piatta temporalmente; vedere un omicidio in diretta non è vedere la foto del Vietnam. C’è una temporalità che fa parte della struttura e della natura della coscienza e della reazione, per cui il confine tra documento e spettacolo, per esempio, è dato proprio dalla temporalità.

Qui la trascrizione dell’intero dibattito su L’Osservatore Romano: http://www.osservatoreromano.va/it/news/liberi-perche-responsabili-i

Director of La Civiltà Cattolica @CivCatt, Consultor at Pontifical @VaticanCultura, Board of Directors @Georgetown University. Jesuit.